mercoledì 20 febbraio 2008

VERSO IL VOTO/4


«Sono certo, ci ritroveremo»

Intervista a Beppe Pisanu
di Errico Novi [20 febbraio 2008]

Da cattolico Beppe Pisanu non perde la speranza. Guarda oltre le divisioni di questa campagna elettorale, elabora la rottura tra il Popolo della libertà e l’Udc come un episodio, un passaggio destinato a risolversi quando «tutti noi moderati ci ritroveremo, già dopo le elezioni». Sarà la comune appartenenza al popolarismo europeo il punto di confluenza, sarà «la forza stessa delle cose». Intanto l’ex ministro dell’Interno, da senatore uscente, sta per riproporsi nella lista unica varata da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Ma lo stesso Pdl per lui è il primo atto di un grande progetto, non un punto di arrivo, e non pregiudica affatto la riappacificazione con Pier Ferdinando Casini. «Con la confluenza di Forza Italia, An e altri gruppi minori nella lista del Pdl è concretamente iniziato il cammino del partito unico dei moderati italiani. È un fatto molto importante, destinato a segnare profondamente il futuro politico del nostro Paese».

Un primo passo, dice: lei non esclude dunque un futuro ricongiungimento con l’Udc.
«Non solo non lo escludo, ma auspico vivamente che l’incontro con il partito di Casini possa realizzarsi dopo la campagna elettorale».

Adesso sembra impossibile.
«Ricordiamo una cosa: molti amici dell’Udc insieme a tanti altri esponenti di Forza Italia e An sono stati tra i principali protagonisti di quei convegni di Todi nei quali fu elaborato il progetto del partito dei moderati. Da quel lavoro è venuta fuori una carta dei valori che poi è stata sottoscritta da Berlusconi, Fini e Casini».

È una burrasca destinata a esaurirsi presto, insomma. Converrà che il suo punto di vista è veramente un’eccezione, in questo momento.
«Guardi, la mia impressione è questa: un gruppo di amici che ha camminato a lungo con noi in vista di un traguardo ben individuato ha preso adesso un sentiero laterale, ma solo per poco tempo».

Intanto c’è una rottura pesante per l’elettorato. Siamo lontani dal caso francese: Casini non è assimilabile a François Bayrou, il cui partito si riconosceva in una famiglia politica europea diversa dal Ppe. Noi parliamo di forze che rientrano tutte nell’alveo popolarismo o, nel caso di An, aspirano a farne parte.
«E infatti siamo in un caso del tutto diverso: pur deviando rispetto al percorso politico interno, gli amici dell’Udc restano a pieno titolo nella casa comune del Partito popolare europeo, e comunque lì ci ritroveremo».

Ora però c’è il voto e la divisone apparirà evidente.
«Adesso forse è difficile richiamare alla mente certe questioni di fondo: ma il 2 dicembre del 2006 nella folla straripante di piazza San Giovanni si coglieva una domanda possente di unità dei moderati. E io credo che quella domanda oggi interpelli particolarmente gli amici dell’Udc».

Sarà anche per il sistema elettorale, ma sul fatto che il centrodestra possa ricompattarsi in Parlamento pesano molte incognite.
«Non solo gli amici dell’Udc, ma anche tutti noi del Popolo della libertà, nonostante le incomprensioni e i rischi di questa campagna elettorale, dobbiamo tenere presente che il traguardo dell’unità ci è stato assegnato dai moderati e che lì prima o poi dovremo arrivare insieme».

Dalle cose che dice, senatore, si capisce che avverte non solo il peso ma persino il dolore di questa rottura.
«Certamente è una vicenda che addolora tutti. E proprio perché credo che possa essere sanata in tempi ragionevolmente brevi spero che ciascuno di noi faccia ora tutto il possibile per attenuarne gli effetti negativi».

Va bene che siamo in campagna elettorale ma, insomma, cerchiamo di non farci troppo del male.
«Non conviene a nessuno nel centrodestra regalare spunti polemici alla sinistra».

Ma lei crede a un recupero del Pd? O è Veltroni che si aggrappa a quello che capita?
«Non mi lascio suggestionare da certi espedienti elettoralistici e so bene che allo stato attuale delle cose il vantaggio del centrodestra è praticamente incolmabile. Il Pd di Veltroni sta facendo di tutto per apparire come un partito di sinistra che marcia verso il centro. Con il deliberato proposito di arrivare ai voti dell’area moderata e giocarsi tutto con questa parte di elettorato».

E questo può diventare un rischio per il Pdl? Bisogna affidarsi a qualche tema in particolare per respingere l’attacco?
«Ma finora è Veltroni che ha cercato di appropriarsi dei temi classici del centrodestra: dalla sicurezza alle tasse, alla questione dei valori e dell’identità sostanzialmente cristiana del popolo italiano. E non credo che su questo terreno possano essere più credibili di noi».

Si può perdere qualche quota di consenso?
«Sono convinto che mentre Veltroni marcia verso il centro, il Pdl può avanzare a passo ancora più spedito verso il blocco sociale della sinistra, compresi i lavoratori dipendenti. Già oggi il centrodestra è maggioritario nel mondo operaio del Nord».

Ecco, questo è un discorso finora sottovalutato dalla campagna elettorale.
«Ed è per questo che l’operazione di Veltroni mi sembra un po’ spericolata: rischia di perdere a sinistra molto più di quanto possa sperare di guadagnare al centro».

Quando dice a sinistra non intende verso la Sinistra di Bertinotti.
«Assolutamente no, faccio non a caso l’esempio del Nord, dove il centrodestra è già maggioritario anche nella mitica classe operaia del triangolo industriale».

C’è un problema diverso al Sud: lì bisogna competere con sistemi di potere locali come quello campano che rischiano di essere una zavorra per qualsiasi governo.
«La Campania, la Calabria e altre aree del Mezzogiorno continentale cercano disperatamente di uscire dalla morsa della malapolitica e del crimine organizzato. Serve un’iniziativa dei gruppi dirigenti più responsabili della società, dell’economia e della politica meridionale. A noi del Pdl spetta senz’altro un grande sforzo per inserire nelle liste personalità riconoscibili del mondo cattolico proprio al Sud, dove la domanda di competenza e moralità è così acuta e quasi angosciante».

I cattolici moderati: sarebbe incomprensibile vederli divisi in Parlamento.
«Ma in questi ultimi quindici anni noi ci siamo ritrovati uniti sulle istanze etico-religiose come su tutti i grandi problemi della politica interna e internazionale. A elezioni fatte sarebbe molto più difficile distinguersi che ritrovarsi insieme. Guardi, il mio auspicio non è sentimentale, è razionale: fa affidamento sulla forza delle cose».

C’è un rischio di dispersione del voto moderato, di uno smarrimento tra gli elettori?
«Certamente ci potrà essere smarrimento, disorientamento. Ma non fino al punto da spingere gli elettori moderati ad andare a sinistra».

Servono nervi saldi, per scongiurare il pericolo.
«Sono convinto che tutti i dirigenti del Pdl e dell’Udc hanno il dovere di affrontare le difficoltà della campagna elettorale con la consapevolezza di essere momentaneamente divisi in una prospettiva definitivamente unitaria. Che senso avrebbe farci del male tra noi a beneficio esclusivo dei nostri avversari?».

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